Non è tanto per la sconfitta. E nemmeno
perchè bloccata a letto dal mal di schiena speravo in una consolazione
calcistico-tifosa. Quello che mi fa veramente rabbia della sconfitta del
Milan è che non è una di quelle sconfitte normali. Quel genere di
sconfitta 1-0, o 2-1, che dopo inevitabili polemiche e balletti di
panchina tutti dimenticano nel giro di qualche settimana, per tornare
solo in qualche vago ricordo o in qualche sfottò dei cugini.
Questa no. Questa è una di quelle
sconfitte che diventano emblematiche pietre di paragone, aneddoto
immortale più che storiella da bar, modificando per sempre il linguaggio
calcistico. Ed è stato chiaro fin da subito, facendo zapping tra trasmissioni tv e giornali, tra "suicidio Milan", "povero diavolo" e "sei minuti di follia".
E così, la prossima stagione, sarà tutto un fiorire di Champions black
out, fantasmi di Instabul e sindrome dei sei minuti. E passerà del tempo
prima che al Milan sia concesso di vincere e basta, prima che a
commento di una buona partita si smetta di evocare il "fantasma
Istanbul".
E per ogni squadra in grande vantaggio,
o grande svantaggio, non si dirà più che vince o che perde, ma subito
il paragone sarà con la terribile finale. E tutti a dire "non
dimentichiamoci di Instabul" e a spiegare qualunque defaillance, di
qualunque squadra, con la sindrome da finale di Champions League.
Insomma, diavoli in purgatorio. E molto a lungo.
Ad ogni buon milanista, che questo lo sa già, resta un unica consolazione: non doversi più sorbire la “sindrome Deportivo”.
Si spera.
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