martedì 26 giugno 2012

Caroselli..elli..elli

Metti una domenica al lago.
Al nostro arrivo restiamo abbastanza stupiti. La spiaggia è piena, nonostante il cielo velato da qualche nuvola e alcuni brevi acquazzoni estivi.
Dobbiamo percorrere oltre due terzi della spiaggia per trovare un angolo tranquillo.
Ma improvvisamente, intorno alle 16.30, rimaniamo completamente soli.
Anzi, quasi soli, se si eccettua un canoista ormai al quinto o sesto passaggio, sempre più lento e senza fiato.
Cosa starà mai accadendo in questo centro del mondo, mi chiedo, da provocare un tale fuggi fuggi generale?
La domanda resta senza risposta, ma dura quei pochi secondi che ci mettiamo ad assaporare l'assoluto silenzio e una pace quasi irreale. Il pensiero, insomma, non ci toglie il sonno.
Qualche ora dopo un bell'aperitivo in riva al lago. Anche in questo caso il bar, sempre molto affollato, offre alcuni tavolini vuoti. E una lunga tavolata pronta, con il cartello 'riservato' e orribili tovaglioli tricolore. Un sospetto mi attraversa la mente. Ma no, dai, non può essere. Va bene la follia, ma a questi livelli è impossibile. Di nuovo qualcosa mi distrae: in questo caso è una moto Guzzi Lodola d'epoca, parcheggiata di fronte al pontile.
Prenotiamo in trattoria - pizzocheri e polenta il menù inossidabile e molto apprezzato - con notevole ritardo. Ma, felici, scopriamo che c'è posto. E in terrazza, per giunta. Sulla strada arriva la certezza. Si susseguono i bar, con i loro tavolini all'aperti. Sono tutti addobbati da decine di tricolori e affollati di gente d'ogni età che sgomita per accaparrarsi una sedia. Qualcuno, previdente, se l'è portata da casa. Sembra di essere precipitati in una pellicola degli anni sessanta. Ormai mi aspetto che il cameriere sia un Raimondo Vianello o un Aldo Fabrizi a caso.
La trattoria è deserta. Siamo, letteralmente, gli unici clienti.
Ci sentiamo incredibilmente liberi. Non ce ne importa nulla dell'orario o di essere a casa al fischio d'inizio (con relativa coda sotto il sole che, ovviamente, nel pomeriggio hanno fatto tutti quelli che son corsi a casa per l'occasione). Ma allo stesso tempo ci sentiamo circondati di pazzi.
Li ho sentiti solo io - tutti - dire che questa nazionale è un disastro, che meritavamo di tornare a casa, che il nostro calcio è corrotto, malato e anche morto? Che anche l'Irlanda del Trap ci era superiore o che i grandi campioni in questo campionato brutto, vecchio e di scarsissimo livello non ci vengono più e che di conseguenza la nazionale è un gruppuscolo di mediocri operai del calcio?
Forse si, forse me li son sognati di notte.
Perché non posso credere che quegli stessi personaggi si siano poi messi in coda sotto il solleone per guardare la partita dal televisore di casa. E ancor meno posso credere che, sempre loro, abbiano inscenato i caroselli che hanno invaso le strade per una buona mezz'ora dopo la fine della partita.
I caroselli, si, proprio i caroselli con macchine, clacson e bandiere fuori dal finestrino.
Quelli di quando si vince qualcosa. Qualcosa di importante, ovviamente. Un mondiale, una champions league. O, al limite, un campionato.
Mi verrebbe da scrivere cosa ha vinto questa nazionale, ad oggi, incapace in 120 minuti di infilare il pallone nella porta di una squadra annichilita.
Ma le signore certe cose non le dicono.
E si godono la pace. Nella speranza che i caroselli siano finiti. 

(E tifano, ça va sans dire, Germania.
Forza Angela)




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