"Quanto può dirsi, si può dir chiaro; e su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere", scriveva Wittgenstein nel suo Trattato logico filosofico.
Una frase che, ultimamente, mi torna spesso in mente. Così spesso che è arrivato il momento di lavorarci su.
Perché io parlo troppo. Troppo davvero.
Nella maggior parte dei casi, dopo aver raccontato o commentato qualcosa, penso: ma perché ne ho parlato con lui/lei?
Non che sveli il terzo segreto di Fatima o l'autore dell'omicidio Kennedy. Quelli no, quelli sono segreti che son brava a tenere. E, in generale, se qualcuno mi racconta una cosa privata non mi ritrovo dopo pochi minuti - megafono in mano - a renderne edotto l'universo mondo. Non è questo il punto.
Ma si tratta della spiacevole sensazione di aver parlato per inerzia, per riempire un vuoto, senza davvero aver desiderato di condividere qualcosa. Ché, in genere, non son poi molte le cose che voglio condividere.
Stamattina la decisione: ora si cambia. E un pensiero contorto. Ovvero, devo smettere di parlare quando e con chi non ne ho voglia davvero. E mettere a frutto questo impegno e trasformarlo in scrittura. Una cosa - questa sì - che mi manca davvero e a cui non ho la forza di applicarmi.
Come fare?
Semplice, mordendosi la lingua e correndo a scrivere sul blog. Toccherà un po' di esercizio, le frasi si fermeranno a mezz'aria e dovrò esser capace di farle scivolare via - altra arte da imparare oltre al silenzio - ma forse, se mi impongo un metodo, il risultato potrebbe avvicinarsi.
C'è anche un obiettivo finale, la sospirata perfezione. Che si può riassumere così:
"Sai che ore sono?"
OGGI.
Si, sono le 14.25, però se hai bisogno un dato certo al secondo chiedi a qualcun altro che stamattina mi si è scaricata la pila dell'orologio, ero in ritardo, l'ho cercata dove ero certa che ci fosse...vabbè, le mie certezze in fatto di ordine sono quello che sono..e bla bla bla bla bla.
DOMANI (O DELLA PERFEZIONE).
Si.
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